Nel X secolo a.C. alcuni gruppi di Liburni, popolazioni illiriche dell’area
dalmata, attraversando l’Adriatico, approdarono sulle coste italiche.
All’arrivo di queste genti si deve la nascita di diversi abitati fra i quali,
nella Daunia, SALAPIA.
Ubicata su di una piccola penisola della laguna
circostante, Salapia fu una florida città-stato, con un governo locale, una
fiorente economia, una propria moneta; e della sua autonomia politica non ne fu
privata anche quando i Romani la occuparono. Durante il III sec. a.C., dopo la
battaglia di Canne, i Salapini si allearono con Annibale, ma dopo sei anni di presenza cartaginese, aprirono le
porte al console Marcello e seppero
ben difendersi dal tentativo delle guarnigioni cartaginesi di riappropriarsi
della città.
Dopo le guerre del III sec. a.C. e le devastazioni
ad esse conseguenti, a Salapia, come nelle altre città apule, cominciarono a
manifestarsi segni di crisi, che si accentuò con la successiva guerra sociale,
durante la quale Salapia fu assediata dal pretore Caio Cosconio, incendiata e quasi rasa al suolo. A tutto ciò si
aggiunsero fattori ambientali e climatici che trasformarono la laguna in una
palude dalle acque pestilenziali e generatrici di malaria.
Fu così che Ostilio,
su pressante invito dei cittadini, ottenne il consenso del Senato romano a
trasferire la città in una località salubre, su di una piccola altura
prospiciente il lago, a quattro miglia a sud-est della prima : nasce così,
nel I sec. a.C., Salapia Romana, la cui denominazione nel tempo finirà per
trasformarsi in SALPI.
Già nel IV secolo, nell’ambito dell’organizzazione
del primo cristianesimo, Salpi fu sede vescovile (il primo vescovo pugliese di
cui si abbia notizia sicura è Pardo,
vescovo di Salpi, attestato nel 314) e ciò testimonia l’importanza che la
città, con il suo porto e la sua vivace economia legata anche alla pesca, al
commercio, all’artigianato e agli stabilimenti per la lavorazione del sale,
oltre che all’agricoltura, aveva acquisito nel contesto territoriale dell’epoca.
La crisi dell’Alto Medioevo porta la civitas a trasformarsi in “castrum”, un borgo fortificato, con
bastioni di 5-6 metri di altezza, sulla parte più alta del sito originario. I
Longobardi ne fecero un caposaldo del loro assetto difensivo nei confronti dei
Bizantini, posto a sentinella del litorale del Tavoliere.
Dopo il periodo di presenza longobarda, Salpi torna
entro i confini dell’impero bizantino e successivamente, dopo la caduta di Bari
del 1071, divenne feudo normanno con a capo un suo signore, tal Guarino. Allorchè Enrico VI pose fine alla dominazione normanna nell’Italia
meridionale, nel suo passaggio da Siponto a Barletta, s’impadronì di Salpi.
Intorno al 1220 il feudo di Salpi fu sottratto al
suo signore e tornò alla Corona ora del grande imperatore Federico II. Salpi divenne uno dei loca solatiorum , luoghi cioè del diletto, dove Federico II
trascorreva periodi di riposo, dedicandosi soprattutto alla caccia. Nelle
vicinanze della città Federico fece costruire il suo palatium.
Nei primi secoli dopo il Mille, le campagne si
animano di piccoli insediamenti rurali, di case e casali, nonché di chiese, le
quali, il più delle volte, sono “dipendenze” di grandi monasteri. Su di un
appezzamento di terreno, donato da un facoltoso abitante di Salpi, Moreliano, i monaci dell’Abbazia
benedettina della Trinità di Monte Sacro, sul Gargano, fecero costruire una
chiesa, l’Ecclesia Sancte Trinitatis,
intorno alla quale sorse il CASALE DELLA
TRINITA’.
Cosicchè, mentre Salpi conosceva un progressivo
periodo di declino, il Casale della Trinità cresceva e diveniva centro di
quella “Locatione de Trinità”, in cui
i pastori d’Abruzzo portavano a svernare le loro greggi percorrendo i “tratturi della transumanza”.
Intanto, nei primi decenni del Cinquecento, venuta
meno la presenza del vescovo, Salpi si spopola definitivamente alimentando un
flusso migratorio verso il Casale.
Ma già nella seconda metà del Quattrocento un
nutrito gruppo di famiglie di Schiavoni
(o Slavoni) proveniente dai Balcani,
ottenne l’assenso regio a stanziarsi nel Casale, che diventa così un piccolo
crogiolo di etnie, di mentalità, di civiltà, da quella pastorale a quella
orientale, a quella indigena di matrice magnogreca.
Sin dalla metà del XV secolo, inoltre, il Casale
appare protetto da una Torre di guardia, una delle tante erette lungo la costa
per fronteggiare le frequenti incursioni piratesche; abbattuta solo nel XVIII
secolo, perché lesionata da terremoti, di essa è memoria nello stemma civico,
nel quale si presenta sormontata da una banderuola rossa con il drappo carico
della croce di Malta.
Quest’ultimo particolare richiama un’altra fetta di
storia: dopo essere stato feudo di alcune famiglie nobili (Della Marra, Marulli), il Casale fu per due secoli (1589-1798)
Commenda Magistrale dell’Ordine dei
Cavalieri di Malta e, pur essendo situato nel territorio del Priorato di
Barletta, faceva parte del Gran Priorato di Venezia poiché fu comprato in
sostituzione di quella di Treviso.
Con
l’occupazione napoleonica dell’isola di Malta, iniziò un periodo di crisi e di
sbandamento per l’Ordine i cui beni, situati in varie parti d’Europa, furono
incamerati dai vari sovrani e in parte venduti ; e tale sorte toccò anche
alla Commenda del Casale.
Notevoli trasformazioni di carattere socio-economico
si sono registrate nel corso dei secoli, facendo lievitare sensibilmente il
tenore di vita dell’intera comunità. Nel Settecento si avviò quel processo di
particolarizzazione fondiaria che portò allo smantellamento dei grandi possessi
di terre. Nel XIX secolo si ebbero altre due svolte radicali: il passaggio
dalla pastorizia alla cerealicoltura (i pastori diventano agricoltori) e, sullo
scorcio del secolo, il diffondersi su larga scala della coltura specializzata
della vite, che toglie spazi alla più povera coltura cerealicola.
La crescita economica, civile, demografica e
urbanistica che ne seguì fece ritenere non più appropriato il nome di “Casale”,
per cui nel 1863 si chiese a Vittorio
Emanuele II, Re d’Italia, di poter mutare il nome di Casal Trinità in
quello di TRINITAPOLI.
E l’Ottocento, oltre ad una nuova denominazione,
darà al paese alcuni figli illustri, come Scipione
Staffa, studioso di economia, e il Servo
di Dio Padre Giuseppe Maria Leone, Redentorista.
Oggi la nostra è una operosa cittadina di circa
14.500 abitanti. La sua risorsa principale è un’agricoltura moderna e
competitiva con un predominio della ortofrutticoltura e della viticoltura.
L’abitato si è esteso notevolmente, e le piccole e
bianche case, quasi a volersi sdraiare al sole, rubano spazio al verde circostante
dell’erba e delle foglie; sullo sfondo le Saline, con le loro acque policrome,
fanno da raccordo tra terra e mare. Il panorama, suggestivo, nella sua
semplicità, è dominato dal Cupolone della Chiesa Madre, a testimoniare la
genesi religiosa della città e la fede ancora ferma della sua gente.